La letteratura ed il cinema contemporanei hanno contribuito a fare di Corleone, un centro della provincia di Palermo, la terra santa della lupara e della P. 38.
     Eppure, pochi sanno che la città di Corleone ha una tradizione religiosa che resiste al processo di secolarizzazione in atto dovunque. Sempre Corleone, rinomata per la dolcezza del suo paesaggio e il carattere forte dei suoi abitanti, ha visto nascere tra le sue case Filippo Latino, cioè il frate cappuccino Bernardo, oggi «santo».


Una giovinezza impegnata

        La città di Corleone, in cui Filippo Latino nacque il 6 febbraio del 1605 e visse la sua giovinezza, si inseriva nel contesto delle città siciliane con una tradizione di fierezza. La vita cittadina, che si svolgeva sotto la dominazione spagnola, era piena di fermenti politici e religiosi, tanto che Corleone si meritò il titolo di «animosa civitas», come si può apprendere sin dalle prime battute dei processi di beatificazione del cappuccino corleonese.
        Lo stemma della città, un leone che squarcia un cuore, è molto emblematico e denso di significati. C’è da dire che i corleonesi tennero sempre vivo il senso di una città che voleva sfuggire alla rassegnazione e al ruolo dei paesi dominati. Corleone aveva, come la Lecco de I Promessi Sposi del Manzoni, «l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia». Questa situazione influì parecchio sul carattere di Filippo Latino e gli dette modo di sprigionare l’energia del suo carattere generoso in favore degli oppressi.
        La famiglia di Filippo era chiamata a voce di popolo «casa di santi». La sorella, Domenica, diceva di sua madre che «era di vita pura e innocente». Il padre, Leonardo, «mastro consarioto» (calzolaio e artigiano in pelletteria), era di grande carità verso i poveri ed era capace, quando incontrava qualche cencioso, di portarselo a casa, ristorarlo con un bagno, dargli abiti puliti e rifocillarlo.
         I processi parlano di altri fratelli di Filippo: Giuliano, prete diocesano, morto in fama di santità, e Luca, esemplarissimo cittadino, «vergine», a sentire lo stesso Filippo, oltre alle sorelle di cui una, Domenica, ritenuta dai concittadini «serva di
Dio». Con un ambiente familiare così favorevole, è facile immaginare come Filippo fosse facilitato a vivere la sua vita religiosa con coerenza. Sull’integrità religiosa e morale del giovane Filippo non c’erano dubbi. Risulta che era devotissimo del Crocifisso e della Madonna, alla quale ogni sabato rendeva l’omaggio della lampada votiva.
        Frequentava i sacramenti molto spesso e non si vergognava di farsi sorprendere in preghiera nelle chiese del paese e, secondo la precisazione di Giuseppe Lupo, «ogni volta che aveva qualche disgusto o rammarico, subito s’andava a confessare». A questa sua religiosità ‘verticale’ corrispondeva la prova di una religiosità ‘orizzontale’, fatta di opere e verità, che rendevano Filippo Latino un ‘giovane impegnato’ in tutti i sensi. Sono in molti coloro che hanno testimoniato di aver visto il giovane che «andava con li bertuli in collo cercando limosina per la città in tempo d’inverno per li poveri carcerati», e questo «senza virgugnarsi». Mastro Filippo, poi, trattava bene i suoi dipendenti (‘giuvini’), dal momento che gestiva una bottega di calzolaio. A chi gli parlava di matrimonio, mastro Filippo mostrava, fiero, il cingolo francescano che teneva abitualmente nella bottega e «rispondeva che la sua sposa era lu curduni di san Francesco».
        Quando si trattava di difendere i poveri e gli oppressi, Filippo non esitava a servirsi della sua bravura nel maneggiare la spada. Così, difese una giovane insidiata da due soldatacci e protesse i mietitori e i vendemmiatori defraudati del frutto del loro lavoro, dopo una giornata di sudori, dalla soldataglia di stanza in Corleone. Il maneggio della spada ha contribuito a dare l’aria di mito alle imprese giovanili di Filippo Latino, facendolo passare per un attaccabrighe di piazza. Il che è falso. Che mastro Filippo si accendesse come un fiammifero, se provocato, non era comunque un mistero in Corleone. Due testimoni precisarono ai processi che «nissuno difettu ci era nutato si non la caldizza ch’avìa in mettiri manu a la spata quandu era provocatu».
        Questa ‘caldizza’ procurò ansie e timori non indifferenti ai genitori di Filippo. I testimoni furono comunque tutti concordi nel deporre che se mastro Filippo metteva mano alla spada era «per difendere qualche vessazione del prossimo» e «per aggiutare qualche persona». In ogni caso, «non provocò mai nessuno, ma sempri fu provocato», «e lo so per ditto quasi di tutti li genti di Corlione», «ma sempri stuzzicatu de autru pigliau la spata». L’episodio del duello con Vito Canino fu certamente decisivo nella giovinezza del beato Bernardo, anche se è stato colorato con particolari romanzeschi. Non son
o mancati neanche i tentativi di identificare in Filippo Latino lo spadaccino Lodovico de I Promessi Sposi, noto alla letteratura italiana come il padre Cristoforo, cappuccino difensordei poveri e degli oppressi.
         Prima dello scontro fatale con Vito Canino, che ebbe vasta risonanza popolare, mastro Filippo 8 aveva avuto delle scaramucce con un non meglio identificato ‘Vinuiacitu’ che se la cavò con due dita ferite.
        Vito Canino, il ‘commissario’, venuto da Palermo a Corleone per carpire il primato della scherma a mastro Filippo, in realtà era un killer mandato da ‘Vinuiacitu’ allo scopo di assassinare il calzolaio, per rifarsi dell’umiliazione subita. Fra Bernardino da Corleone era un ragazzetto quando avvenne il duello, e quindi fu testimone oculare; perciò lo riferì ai processi con particolari così precisi che quasi ti fa assistere allo scontro. All’epoca del duello, Filippo aveva diciannove anni circa e doveva esserci gran caldo quel giorno, dal momento che se ne stava nella sua bottega «spitturinatu», quando arrivò il provocatore: – Siete voi mastro Filippo? – Perché mi cerchi? – Ti cerco per il bene: se sei galantuomo, va’, pigliati la spada. – Io con vossignoria non ho avuto questioni: che motivo ho di prendere la spada? Ma il Canino continuò nella sua provocazione, e dovette pure scivolare nel triviale, perché mastro Filippo finalmente andasse in collera: «Con te non ho bisogno della spada!».
        E uscì fuori col solo pugnale. Il duello si svolse in due tempi. Il Canino ce la metteva tutta per eliminare mastro Filippo, perché «ci tirava pri la testa». Fu allora che il calzolaio rientrò in bottega e si armò come si doveva, per combattere contro un sicario; quindi sferrò l’attacco che doveva mutila- 9 re per sempre il braccio del Canino, rendendolo inabile. Nonostante che mastro Filippo avesse usato della legittima difesa, provò dolore e dispiacere vivissimo per aver ferito il Canino. La ‘prima spada della Sicilia’ chiese perdono al ferito e, anche quando divenne cappuccino, aiutò economicamente, tramite i benefattori, e moralmente in prima persona il Canino divenendo amici carissimi.              
        L’esperienza dolorosa del duello influì moltissimo nella crisi esistenziale che maturò in mastro Filippo la vocazione cappuccina. Fra Bernardino ammise: «lu pentimento di questu fattu fu bona causa chi Fra Bernardo si facissi capuccinu conformi iddu stissu mi disse in Conigliuni». E Giuseppe Castelli riferì di ricordare «che, parlando un giorno con detto servo di Dio, li disse queste simili parole: quando io appi occasione di ferire a quel poveretto allora mi ritirai sopra la chiesa e, pensando ai casi miei, mi risolse di farmi religioso capuccino, che fu circa l’anni ventisette della mia età».
    La sua fu quindi una, vocazione maturata lungamente e non un’illuminazione sulla via di Damasco. Farsi cappuccino poteva anche significare per Filippo Latino una scelta di classe, adeguata al suo carattere adamantino sensibile ai bisogni e alle speranze delle classi popolari. Prima di partire per il noviziato cappuccino di Caltanissetta, Filippo chiese la benedizione materna e il beneplacito ai fratelli e alle sorelle, una delle quali, Domenica, riferì il particolare ai processi.


Cristiano vero e cappuccino buono

        Il 13 dicembre 1631 l’ex spadaccino, con il saio cappuccino, ricevette anche un nome nuovo che significava la nuova vita abbracciata, con libertà e maturità. Si chiamò fra Bernardo da Corleone. Emessa la professione religiosa, fra Bernardo s’incamminò speditamente sulla via della perfezione cristiana. Del resto, la scelta della vita cappuccina era avvenuta nella consapevolezza di assumere un impegno ascetico rigoroso.
       I confratelli che vivevano con lui notavano l’ansia religiosa dell’uomo impegnato. Hanno il loro valore quindi testimonianze come queste: «sempre fece una vita di cristiano e s’andava continuamente perfezionando»; «sempre menò una vita cristiana». Era la coerenza che lo spingeva a «fare una vita cristiana» e a comportarsi da «bonu Capuccinu». Senza avere la pretesa di farla da maestro, fra Bernardo, il quale «diceva essere l’asino della Religione e dei Frati» e si dava da fare «a lavari li piatti e a serviri missi», voleva coinvolgere tutti nel cammino verso la salvezza attraverso l’amore di Dio e la penitenza.
      A frate Ilario da Palermo il cappuccino di Corleone spiegava le motivazioni più profonde della vita religiosa: «procuriamo di salvarci e d’amare Dio, perché per questo siamo venuti alla Religione»; e concludeva: «tutti dobbiamo salvarci».
    A fra Pacifico da Marsala fra Bernardo ricordava: «facciamo penitenza se vogliamo salvarci». Il padre Ilarione da Palermo riferiva: «sempre ci esortava ad amare Dio e a fare penitenza dei nostri peccati». Giustamente fra Bernardo, pur «vivendo da buon cristiano, volle farsi cappuccino come mezzo più potente per acquistare la Beatitudine». Non a caso dunque mastro Filippo aveva scelto l’Ordine dei cappuccini.

In preghiera e penitenza


    Nella preghiera emergeva l’immagine più bella e autentica di fra Bernardo da Corleone. «Chi lo vedeva – depose padre Salvatore da Castelvetrano – giudicava assolutamente che avesse conversato con Dio, drizzando in lui i pensieri e affetti, e però si vedeva misericordioso con tutti e pacifico; solitario e silente, mostrava essere la sua vita un continuo servire a Dio».
    Per testimonianza unanime, fra Bernardo «sempre stava intento nell’orazione», «mai cessava di orare», «orava del continuo». I frati avvertivano che il Signore comunicava a fra Bernardo «lo spirito della vera devozione», tanto appariva «illuminato da Dio». Tuttavia, pur «consumando la maggior parte del tempo in orazione», «non restava contento», e così spesso «passava le notti intiere, stando nella chiesa senza dormire, per meditare le cose superne e i misteri che insegna la nostra santa fede».
    Fra Bernardo traduceva così in realtà vissuta il desiderio delle costituzioni di Albacina, dei primi cap- 12 puccini: «Ma li fratelli devoti et ferventi non si contentano di una, né di due o tre hore, ma tutto il tempo loro spendano in orare, meditare, et contemplare». A padre Biagio da Caltanissetta, che fu confessore di fra Bernardo, non sfuggì l’aspetto ‘conviviale’ della preghiera del cappuccino corleonese: «quando andava alla chiesa, banchettava lautamente nell’orazione e unione divina».
    Consapevole come i veri contemplatori adorino il Padre «in spirito e verità», fra Bernardo assicurava che, «quante volte un religioso arrivava ad unirsi con il Creatore, tutti li lochi del mondo per lui sono chiese e oratorii...». Sensibile alla nostalgia delle origini, fra Bernardo sentiva profondamente il fascino ‘della vita heremitica’, come i primi c
appuccini.
    Cosicché spesso lo si vedeva «andare nella selva verso la Rimita verso la cappella della Madonna che andava a fare orazione». Anche all’interno del convento fra Bernardo riusciva a crearsi un ambiente isolato per pregare, fosse pure accanto alla cucina (che era poi il suo ‘ufficio’). Allora allestiva un altarino, lo dedicava di solito alla Vergine e, nei ritagli di tempo libero che il suo compito di cuciniere gli lasciava, vi si rifugiava per momenti intensissimi di preghiera. La preghiera di fra Bernardo seguiva la tradizione cristiana e francescanamente abbracciava il Bambino, la Madre, la Mensa eucaristica e la Croce.
    La devozione al mistero dell’Incarnazione riempiva di tenerezza il cuore dell’ex spadaccino. Più di un frate ormai sapeva che il «picciriddu»,
che fra Bernardo stringeva tra le sue braccia, era il «Bambinello Gesù». Verso la Vergine Santa fra Bernardo nutriva amore filiale. Per questo la chiamava «matri». Il frate alto e robusto, dai lineamenti rudi e dalle mani callose, che avevano prima maneggiato le armi dello spadaccino e il trincetto del calzolaio, preparava nella sua cella un altarino alla Madre di Dio. Puntualmente lo adornava «con fiori, ed erbe odorifere non solo nelle festività d’essa Vergine ma nei sabati ancora, quasi avesse voluto con quelli odori ricreare la sua santissima Madre».
    Quando pregava la Madonna, fra Bernardo si lasciava andare alla gioia, dando alla sua preghiera il calore della devozione siciliana, fatta di fantasia e di festività. Così una volta mentre, in 
cella, recitava la litania mariana, all’invocazione ‘Santa Maria’, «sparava li maschi con la bucca in segno di solennità» (simulava cioè i giochi pirotecnici). Manco a dirlo, i frati che lo ascoltavano ridevano divertiti, dicendo: «fra Bernardo fa come li piccirilli». Fra Bernardino da Corleone ricordava di aver visto il suo compaesano «quasi sempre con la corona in mano». A ragione quindi e con la più grande convinzione fra Bernardo poteva esortare religiosi e laici: «pregamu la Madonna Santissima, chi ci ni è di bisogno». Che la Vergine santissima apparisse più volte a fra Bernardo, era convinzione generale, sia dentro che fuori convento.
    Nel mistero eucaristico fra Bernardo provava la gioia liberante della comunione, come suggello di amicizia e di alleanza con il Signore della vita. Tutti i giorni, fra Bernardo riceveva l’eucaristia, ed era quello il momento in cui si sentiva «totalmente» unito a Dio. Si rammaricava quando il venerdì santo, secondo la liturgia del tempo, non poteva comunicarsi, e diceva: «o povera anima, questa mattina resti digiuna del pane degli angeli». Inutile dire che serviva tutte le messe che si celebravano nella chiesa del convento, e, imitando san Francesco, circondava di venerazione tutto ciò che riguardava l’altare, oltre, naturalmente, «la riverenza umile e continua che portava ai sacerdoti». Assorto nella meditazione, fra Bernardo dimenticava, alle volte, la dimensione del tempo. Gli sembrava di non potere fare a meno «di stare presente con Gesù Cristo sacramentato».
   
Dopo la recita del mattutino di mezzanotte, fra Bernardo rimaneva in chiesa perché, come spiegò una volta a fra Cherubino da Palermo, «non era bene lasciare il santissimo sacramento solo»; perciò «egli li teneva compagnia finché avessero venuto altri Frati». Frequentemente, anche entrando in cucina, fra Bernardo salutava i confratelli con un «sia lodato il santissimo Sacramento», oppure completava: «e viva la Madonna Santissima concetta senza peccato originale». Così facendo, «dimostrava aver gran fuoco nel suo petto».
     Fra Bernardo «portava poi uno sviscerato affetto alla passione di Gesù Cristo Signor Nostro». E nel Crocifisso, da cristiano autentico, fra Bernardo leggeva il modello della sua traiettoria esistenziale, l’archetipo della sua autorealizzazione. A chi lo esortava a imparar a leggere, fra Bernardo rispondeva: «le piaghe di Cristo Nostro Signore, queste abbiamo a studiare». I conventi la cui chiesa custodiva un «bel Crocifisso» erano preferiti da fra Bernardo; ciò non era un mistero per nessuno: «stava volentieri di famiglia nei luoghi ove nella chiesa vi era l’immagine del Santissimo Crocifisso». Egli diceva ai
frati: «quando nel convento avete qualche bello e devoto Crocefisso, non avete più che desiderare». E non erano pochi i frati ai quali fra Bernardo consigliava di recitare l’officio delle cinque piaghe di Cristo, composto da san Bonaventura.
    A fra Lorenzo da Caltanissetta, che era stato testimone oculare dell’estasi del frate corleonese davanti al crocifisso di scuola fiamminga nella chiesa dei cappuccini di Palermo, fra Bernardo fece notare che si poteva fare a meno di chiamare il padre guardiano, il quale, com’era prevedibile, interruppe l’estasi. Attraverso la meditazione continua, fra Bernardo era arrivato alla conclusione che «la passione del Signore è un mare che non ha fondo, perché contiene una gran moltitudine di misteri li quali eccitano l’anima all’amor di Dio». Non era poi raro il caso che, ancora immerso nella meditazione e nella preghiera, entrando in cucina o imbattendosi in un confratello, fra Bernardo esclamava, «cu faccia allegra più dello solito»: «paradisu, paradisu!».        
    Per i suoi contemporanei fra Bernardo orante, col «capuccio tirato in faccia», era segno di realtà eterne. Così, per esempio, tutti «si meravigliavano che un frate laico discorria così altamente del misterio della Santissima Trinità». E il dialogo interpersonale che fra Bernardo portava avanti con gli uomini scaturiva dalla sua preghiera. Giuseppe Giacón y Narayes, consigliere del re, riferì a proposito: «non vi era persona che vi andasse a parlare che non restava consolato nell’anima, emendato nelli costumi, affezionato alla confessione e a mutar vita... sicché da lui venivano non solamente li secolari, ma ancora li sacerdoti per sentirlo parlare di Dio e cavar frutto nell’anima».
    Giuseppe Castelli, quando avvicinava l’amico fra Bernardo, provava nel cuore «compunzione tale e mutazione di vita, che temeva accostarsi innanzi detto servo di Dio in peccato anche veniale». Certamente, la preghiera di fra Bernardo era favorita anche da una vita molto austera, che appariva ai contemporanei «la più disperata vita», come del resto era apparsa quella dei primi frati cappuccini. Tutti convenivano che
la vita di fra Bernardo «era più ammirabile che imitabile». Gli stessi frati cappuccini si stupivano delle sue penitenze. Nei confronti del suo corpo fra Bernardo usava una strategia da combattimento, per la supremazia dello spirito. Le penitenze, le rinunce, le flagellazioni (spesso sino al sangue), unite alla Passione del Signore, acquistavano il giusto valore e la dimensione più autentica.
     Eppure, nonostante la sua vita ‘disperata’, fra Bernardo era «sempre giolivo e allegro». Dissuadendo i confratelli dall’imitazione del suo tenore 18 di vita, fra Bernardo diceva loro: «lasciate fare a me penitenza, voi state allegramente».
    Consapevole del carattere collerico che si portava dentro, fra Bernardo era capace del più grande autocontrollo, al punto da essere intransigente con se stesso quando sbagliava. Così, una volta, per essersi lasciata sfuggire una parola in sua difesa, che egli giudicò dettata dall’amor proprio, si strofinò sulle labbra un tizzone infuocato, come riferì, terrorizzato, padre Pacifico da Messina. Dall’austerità sbocciava, purissima, la castità. «I dolori – era solito dire – subito passano, ma la purità del cuore e le virtù religiose sono i veri fregi dell’anima».
     La povertà poi «era la sua gioia» e l’amava «per amore di Cristo Signore nostro», chiamandola «la mia sposa e la mia madre». Cosicché egli che «vestiva panni vecchi, laceri e rappezzati» con una «corda più grossa e rozza di quella di cui si servivano gli altri frati», «per l’amor di Cristo amava e sosteneva con allegrezza ogni penuria». Il tutto nella santa obbedienza, al punto che il padre Salvatore da Castelvetrano, superiore del convento, «stimava allora non aver frate fra tutta la famiglia, di numero cento in circa, più ubbidiente di questo servo di Dio».

Fra Bernardo e gli altri

    Pur essendo ritirato nell’umiltà e nel silenzio, fra Bernardo viveva in pienezza le vicende degli uomini e portava, come ogni cappuccino del resto, le stimmate della popolarità. L’amore di fra Bernardo per il prossimo iniziava anzitutto dentro il convento, «stimandosi servo e servendo a tutti in particolare con aggiutare il fratello nei più vili esercizii del convento, come di lavar piatti, scopare la cocina...». Nei rapporti fraterni, mai lo si vide «adirato con alcuno, o lamentarsene, o mormorarsi del prossimo», né mai disse male di alcuno, anzi «non conosceva mai difetto in persona d’altri». Quando in convento arrivavano frati forestieri, fra Bernardo li abbracciava e quindi si precipitava a lavar loro i piedi, per ristorarli dalla stanchezza del viaggio. Sempre con la più grande allegria dicendo: «per amor di Dio, per amor di Dio». Una volta, nel refettorio di Palermo, un frate «di una provincia forestiera» era stato castigato, non si sa per quale motivo.
    Fra Bernardo abbracciò il frate umiliato con tanto affetto da farlo piangere di tenerezza. Era risaputo che, quando «qualcheduno aveva qualche tribolazione, esso [fra Bernardo] lo consolava». Aperto all’amore universale, fra Bernardo «a tutti facia la carità». Quando poteva servire «l’infermi secolari», «era mirabile in confortarli».
        Il cappuccino di Corleone era ricercato alla porta del convento da tutte le categorie di persone, a volte per consigli spirituali a volte anche per curiosità. Allora, quando fiutava il pericolo di esporsi alla dissipazione, fra Bernardo si rendeva 19 irreperibile. Al fratello portinaio però fra Bernardo diceva che, «quandu venissetu poverelli che lo vulisseru, l’avissi subitu chiamato». Allora il frate austero, logorato dalle penitenze e assorto nella contemplazione, mostrava tenerezza materna, come quando preparava a parte la minestra per i poveri «con gusto grande». Era felice quando poteva venire in aiuto degli altri. Cosi, assicurava a Giuseppe Giacón che la moglie avrebbe dato alla luce «un bel figlio maschio», e a Giambattista Massa, preoccupato per la moglie che presentava una gravidanza difficile, fra Bernardo dava per certa la nascita di una femminuccia: «la chiamerai Anna».
     Ad una benefattrice illustre del convento dei cappuccini di Castronovo, donna Virginia, fra Bernardo chiese, in segno di amicizia, che, se fosse morto prima lui, ella avrebbe distribuito una «gran quantità di pane ai poverelli».
     Del resto, quando risiedeva in Castronovo, andava «con un caldaro sopra li spalli» per le vie del paese a «dari la minestra alli poveri». Parafrasando le costituzioni cappuccine che ricordavano ai frati: «siamo all’osteria e mangiamo i peccati de’ popoli», fra Bernardo ripeteva: «mangiamo il loro sangue», riferendosi ovviamente alle elemosine ricevute. Sentimenti di fraternità legavano fra Bernardo alle vicende della città di Palermo,
colma di inquietudini sociali, e della sua Corleone, l’animosa civitas. Cosi, una volta fu sorpreso a pregare «a braccia aperte e la faccia per terra innanzi l’altare maggiore», 20 per la città di Palermo sulla quale incombeva un castigo pesante.
     Egli ripeteva con tono accorato: «Signuri, la vogliu st
à grazia!». Del resto era arcinoto che il cappuccino «piangìa li peccati della città», come pure «pregava e piangeva» per Corleone e per i suoi abitanti: «pregava Iddio che li perdonasse».
    Due mesi prima della morte, fra Bernardo comunicava all’amico frat’Antonino da Partanna: «questa mattina io mi ho comunicato e ogni giorno mi pare cent’anni d’andare a godere Iddio». Ormai egli sempre più frequentemente esclamava: «paradiso, paradiso, presto ci vedremo in paradiso», e lo diceva con «allegria straordinaria». Aveva un solo timore e non lo nascondeva: «alla morte di nulla mi spavento se non del padre san Francesco», ma poi si consolava: «chi teme e spera in Dio avendo una buona coscienza, non teme a nessuno». Con questa convinzione profonda sorella morte trovò fra Bernardo nell’infermeria dei cappuccini di Palermo
    Era il 12 gennaio 1667. Una moltitudine di gente, «cosi nobili, come plebei ed ecclesiastici ancora», accorse a vedere per l’ultima volta il fratello buono, e il rimpianto per la scomparsa del cappuccino fu generale, «principalmente in Corleone». Gli arcivescovi di Palermo e di Monreale impartirono l’assoluzione al cappuccino e i nobili della città, scortati dagli «alabardieri di Sua Eccellenza», tra una ressa di popolo, ne accompagnarono il corpo alla chiesa del convento dove si celebrarono i funerali.
     La Chiesa riconobbe l’autenticità della vita cristiana e religiosa di fra Bernardo da Corleone il 29 aprile 1768, quando Clemente XIII lo dichiarò «beato». Il 1º luglio 2000, in Vaticano, è stato promulgato il decreto di canonizzazione. Nel Concistoro ordinario pubblico, tenuto il 13 marzo 2001, il santo Padre Giovanni Paolo II ha stabilito la cerimonia solenne di canonizzazione di fra Bernardo da Corleone, con altri religiosi, in piazza San Pietro il 10 giugno 2001.
    La santità di fra Bernardo viene così additata alla Chiesa del Terzo millennio. Con tutti i suoi valori umani e religiosi, Bernardo da Corleone resta una figura di cappuccino impegnato in quel Seicento religioso italiano che, a torto giudicato «insincero, formalistico e costretto entro rigide norme prive di vita», fu invece pervaso da un’autentica vena di spiritualità, da un sofferto ascetismo, come pure da un potente soffio di mistica speculativa e vissuta che non dimenticava i fratelli.
    Tutto impegnato in una vita religiosa coerente, egli visse in pieno il carisma della spiritualità cappuccina che è «la ricerca del volto di Dio in Cristo e la scoperta del volto di Cristo in san Francesco per avere Cristo nel cuore», a tutto favore del popolo santo di Dio, perché «abitare in Cristo vuol dire abitare nella Chiesa e quindi negli altri».

Tratto da: GIOVANNI SPAGNOLO,
 
L'onore e l'amore: Bernardo da Corleone (1605-1667) cappuccino e santo.
Sintesi biografica, Roma, Postulazione Generale dei Cappuccini, 2001.


Breve storia illustrata della vita di 


      San Bernado da Corleone al secolo Filippo Latino






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